La ricerca di autori di spessore ma dalla scrittura non convenzionale, qualche tempo fa mi ha portato all’acquisto dell’opera vincitrice dello Strega nel 2015: La Ferocia di Nicola Lagioia.
Proprio il premio mi ha spinto a prendere questo libro dagli scaffali e ad andare in cassa senza pensarci sopra. Mi rassicurava che non si trattasse di una delle tante opere vendute come “sperimentali” solo per una scrittura fatta di parole impastate per creare frasi apparentemente accattivanti.
La mia supposizione non era sbagliata. Bastano le prime pagine a palesare che quella di Lagioia è la scrittura di chi sa scrivere, di chi sa scrivere sul serio. La scrittura di chi si può prendere il diritto di contraddire le regole dell’analisi logica, con la certezza che tale libertà non possa essere confusa con una discutibile capacità di usare la penna.
Malgrado ciò, quando ho letto l’ultima parola dell’ultima pagina, devo ammettere di aver mormorato un «finalmente». Ed essendo arrivato alla conclusione con questo spirito, ero convinto che La Ferocia non potesse avere spazio nelle riflessioni che condivido, sviluppate su opere che in un modo o nell’altro mi hanno arricchito come lettore e soprattutto come scrittore.
E invece, col passare delle settimane mi sono reso conto di quanto mi fossero rimasti nella testa alcuni aspetti stilistici che caratterizzano questo libro. Me ne sono reso conto scrivendo, e scorgendo nelle mie bozze la parte che anche questa lettura ha avuto nei nuovi percorsi che ho intrapreso.
Mi sono allora rimproverato per le tardive consapevolezze, e per aver valutato La Ferocia solo per l’impegno che ha richiesto seguire una trama indubbiamente complessa tanto nella costruzione quanto nello stile di scrittura.
Il romanzo si distingue per una struttura narrativa fortemente frammentata, in cui si alternano scene del presente e del passato relative ai tanti personaggi legati, chi più, chi meno, alla figura chiave della storia: Clara Salvemini.
Figlia di un noto impresario edile, Clara viene investita da un camion mentre cammina nuda e sanguinante sulla statale. La sua morte, tuttavia, viene archiviata come un suicidio, e il camionista, incolpevole responsabile dell’incidente, è subito chiaro ricevere particolari attenzioni affinché la verità sulla morte della donna resti amputata come la sua gamba.
La storia che si sviluppa da questo incipit è un puzzle di scene che, attraverso le prospettive dei diversi personaggi, tratteggia un’immagine di Clara non meno torbida di quella del resto della sua famiglia e del padre soprattutto, che si comprende avere speculato sull’edilizia selvaggia grazie ai loschi legami con svariate figure di spicco della regione pugliese.
L’unico che sembra non volersi lasciare alle spalle la morte di Clara è il fratellastro, Michele, che nell’adolescenza segnata dalle fragilità, e vissuta in una famiglia nella quale è sempre stato trattato come un corpo estraneo, ha trovato un’ancora di salvezza proprio nel legame con Clara.
Con difficoltà si può contraddire chi di questo libro critica la scrittura verbosa, oltre che la complessità creata dalla disgregazione della trama. Critiche, queste, che hanno spinto qualcuno persino a gridare allo scandalo per il premio Strega assegnato, giustificandolo con logiche editoriali che con la qualità dell’opera hanno poco a che vedere.
Eppure, l’ho detto, qualcosa dello stile di Lagioia mi è arrivato. E non mi ha colpito di striscio, ma è affondato in profondità e si è trovato un posticino in cui acquattarsi, facendomi poi notare la sua presenza senza urlarla.
Se è vero che tanti passaggi sono fatti di frasi così lunghe e allungate dalle lunghe parentesi da richiedere più letture per afferrarne il senso, è anche vero che altrettanti passaggi sono costruiti con un ritmo sincopato, grazie a frasi così brevi che sembrano colpi di martello.
È con questi passaggi che, nella mia prospettiva, la ferocia che dà il titolo all’opera impregna non solo il contenuto della trama, ma la sua stessa prosa. Anzi, Lagioia si rivela ai miei occhi come uno scrittore feroce proprio in questo aspetto: non tanto nel modo spietato in cui dipinge immagini crude dentro cornici dall’eleganza quasi artificiosa, quanto nella violenza impavida con cui quei colpi fulminei e chirurgici vengono improvvisamente scagliati.
In questo senso lo stile dell’autore mi ha convinto al punto da finire per giudicarlo di un’efficacia disarmante, nel contesto di una storia che non vuole sedurre il lettore in cerca di mondi eterei opposti al reale, ma quello che non ha paura di sbattere la faccia su ciò che è esattamente il mondo reale. Un mondo feroce.
E così, perfino un libro che sulle prime mi aveva lasciato alcune delusioni è riuscito invece a darmi guadagni del cui valore ho preso coscienza lentamente.
Io non so quali siano le logiche sottese ai premi che cambiano la vita di uno scrittore. Non so se siano i premi a portare ai grandi editori, o i grandi editori a portare ai premi. So, però, che le storie migliori possono essere dimenticate tanto velocemente quanto le peggiori; e che è il modo in cui la storia è raccontata che fa da ruspa che scava l’anima.
Con La Ferocia ne ho avuto prova una volta di più. La penna di Lagioia ha fatto un solco che non ho sentito e che ho visto solo quando ci sono caduto dentro. Quando già il cambiamento era avvenuto. E se un’opera, anche se spiace, è capace di produrre effetti tanto dirompenti, forse uno Strega non è poi così immeritato.
N.d.R.: Immagine di copertina generata tramite l’intelligenza artificiale

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