Acciaio: Storie e parole che pulsano di vita

​Il romanzo d’esordio di Silvia Avallone, nel calore del mare, dei corpi e delle siviere

Tredicenni che evocano sesso in ogni sospiro. Ventenni che bruciano in cocaina e negroni lo stipendio messo in tasca lavorando come bestie nelle acciaierie. Famiglie che consumano i loro drammi dentro casermoni nelle cui scale gocciola l’urina di bambini troppo pigri per usare il bagno di casa. 

Fotogrammi, solo alcuni, di una realtà coperta da una consistente patina di grossolanità. Un velo spesso e opaco che evoca il sedimentarsi del sudore: da lavoro, da sfogo degli istinti, da accumulo di alcol nel corpo, da giochi con la palla al mare, da scazzottata per una donna, da faccende domestiche in case che pulire non basta a rendere migliori. 

Eppure, dagli ampi pori di questo strato viscoso, gronda qualcosa che all’inizio, ormai abituati a riconoscere come tale solo ciò che merita di essere immortalato sui social, si può faticare a riconoscere per ciò che è: vita. È di vita, di vita allo stato grezzo, che sono intrise anche le più grigie pagine di Acciaio, romanzo d’esordio di Silvia Avallone. 

È vita che non ha nulla a che vedere con quella di chi può permettersi le spiagge dell’Elba, isola onnipresente tra i capitoli, sempre lì, a fare da contraltare. Solo un lembo di mare separa l’Elba da Piombino, nei cui quartieri popolari, costruiti a ridosso dell’area industriale, sono ambientate le vicissitudini di Acciaio. Solo un lembo di mare, pare quasi di poterlo coprire a nuoto. Ma senza scriverlo mai, la Avallone sembra voler continuamente sottolineare, con quella presenza costante, la distanza tra il mondo che l’isola rappresenta e quello dove si dipana la sua storia. 

Di questa sono diversi i volti, ma emergono prepotentemente le due protagoniste, Anna e Francesca, due adolescenti la cui bellezza surriscalda giovani e vecchi frantumando ogni confine morale e sociale che dovrebbe essere imposto dalla loro età. Sono d’altronde due ragazzine precoci, che della loro avvenenza giocano a dare spettacolo, che bruciano le tappe per essere le donne che i loro corpi in effetti sembrano pronti a incarnare, ma che in questa avanzata non fanno che guardarsi indietro nel rimpianto dei momenti di amicizia ancora fanciullesca. 

Cresciute nello stesso quartiere e nello stesso condominio popolare, condividono tragedie familiari che hanno il loro principale combustibile in una figura paterna tossica. Sono due padri, quelli di Anna e Francesca, estremamente diversi eppure ugualmente disfunzionali, e le rispettive madri due figure femminili in un modo o nell’altro succubi degli uomini che hanno sposato. 

L’evolversi dell’amicizia tra le due ragazze è il motore della narrazione, e specialmente il modo assai diverso in cui, quando nel corpo non sono più bambine, i loro occhi cominciano a scrutarsi. La distanza che crea questa diversità assume quasi la forma di un machete che tronca improvvisamente ciò che prima sembrava fosse naturalmente indissolubile. “Perché lei non era uno, era due. Lei non era tu, era voi”: poche parole, e si accende l’immagine di due ragazze un tempo bambine alle quali nessuno poteva rivolgersi considerando una e ignorando l’altra; l’immagine di una maestra che non dice “smettila”, ma “smettetela”; l’immagine di una madre che non dice “dove vai”, ma “dove andate”.  

Nondimeno Anna e Francesca diventano uno, diventano tu. La loro stessa disinibita smania di crescere le condanna a questa spietata scissione. Slegandosi, scomponendosi, si trovano allora a recitare ciascuna a modo proprio il copione che ha scritto per loro lo stesso destino che le ha fatte nascere in quel quartiere, tra quei casermoni, in quelle case, da quei padri. Un destino che difficilmente ammette le fughe, e ancora più di rado i sogni.

Arricchendo la storia di questa amicizia con sottotrame altrettanto viscerali, la Avallone ha composto un’opera densa di contenuti, di grande intensità. Forse qualche passaggio insiste troppo sul già detto, forse in qualche pagina la penna ha gettato più inchiostro del necessario sul rapporto delle due protagoniste, ma ho apprezzato anche questo apparente limite, pensandolo come il suono di una voce che non ha avuto paura di esprimere certi vissuti una volta di più, e pazienza se a qualcuno una sola volta bastava. 

Nonostante le accennate insistenze, le pagine di Acciaio si lasciano sfogliare con voracità senza che sia necessaria l’esca della suspense. Il mondo raccontato dalla Avallone è mosso da istinti e sentimenti primordiali che da soli bastano a caricare la storia di pathos. Istinti e sentimenti che, non trovando un freno nei filtri del perbenismo, emergono con una dirompenza talvolta estrema eppure mai forzata o stucchevole. Ed è questo aspetto a rendere Acciaio un romanzo fatto di storie e parole che pulsano di vita. Qualche volta felice, più spesso triste, logorante, schiacciata dalle frustrazioni e dai rimpianti, dai bisogni repressi e dai sogni irrealizzati, ma comunque vita.

Di energia vitale l’autrice è stata in grado di impregnare non solo i personaggi costruiti e le storie raccontate, ma anche le ambientazioni, tra le quali spiccano le spiagge di Piombino e, soprattutto, le sue acciaierie. Queste non appaiono mai come uno sfondo statico, ma sono inserite nella trama come un protagonista dotato di vita propria, con il quale gli altri in un modo o nell’altro devono fare i conti. È un’immagine ridondante quella delle siviere che raccolgono, trasportano e versano metallo incandescente, e il loro calore sembra essere quasi un prolungamento di quello del mare su cui batte il sole estivo e dei corpi surriscaldati dalle pulsioni.  

Acciaio è un racconto crudo e diretto, ma mai scurrile nel linguaggio. La Avallone mi è sembrata trovare un equilibrio perfetto tra una sobria eleganza della scrittura e un’incisiva volgarità dei personaggi e delle loro dinamiche. E la stessa caratterizzazione dei protagonisti è curata con l’abilità di lasciare ad essi, a dispetto del loro essere in balia dei temperamenti, una palpabile dignità. 

In questa dignità infusa nei personaggi, persino in quelli più sgradevoli; nei battiti dei loro cuori che il racconto sembra essere in grado di far sentire; nella rappresentazione non edulcorata di una realtà marginale, quel tipo di realtà che ormai non fa storie, perché storie sono sempre più solo quelle raccontate là dove sono tutti felici, dove sono tutti vip, dove nessuno lavora e la vita è una vacanza; in tutto ciò lo scrittore per sogno che è in me, e che fatica a sfogliare le pagine di un libro coi soli occhi del lettore, non può che aver tratto enormi spunti di crescita, con l’ammirazione per un’altra penna che può nascere dove c’è la consapevolezza della lunga strada ancora da percorrere per realizzare quel sogno.

N.d.R.: Immagine di copertina generata tramite l’intelligenza artificiale

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